RASSEGNA STAMPA

Protestare non basta il capitalismo va corretto. È il ruolo della politica

11.05.2017

Intervista rilasciata a Francesco Strippoli, pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno

Meno proteste e più proposte. Secondo Francesco Boccia, deputato Pd ed economista, solo così si possono mitigare gli effetti distorsivi della globalizzazione.

Il G7 è simbolo della mondializzazione dei mercati e della politica. Cosa pensa di questo accostamento?
«Penso che non si possa parlare di globalizzazione senza parlare di evoluzione del capitalismo, i due processi viaggiano di pari passo. Se ognuno di noi guarda alle trasformazioni del mondo nell' ultimo secolo - in fatto di durata e qualità della vita, grado culturale, tasso di inquinamento e altro ancora - ebbene si può dire che ha vinto il riformismo applicato al capitalismo. Il capitalismo per definizione tende a massimizzare i profitti e accumulare ricchezza. Se produce effetti distorsivi, tocca alla politica intervenire».


Lo dicono in molti.
«La differenza tra quelli che protestano (penso a coloro che erano a Genova nel 2001) e quelli come me, è che io pongo delle questioni quando sono in disaccordo. Agisco di conseguenza e continuo a pensare che il capitalismo sia sempre riformabile. Oggi siamo davanti ad un altro snodo cruciale. Siamo al centro dell' ennesima rivoluzione capitalistica, quella digitale: è globale, arriva a battere moneta con i bitcoin , pretende di non pagare le imposte o pagarle dove più conviene alle multinazionali».

Allude al tema della web tax che le è caro?
«Esatto. Il dibattito attorno al tema della web tax è per noi un modo radicale per dire che crediamo nei confini degli Stati dentro l' Unione europea. Il ministro Pier Carlo Padoan porrà il tema al G7 che comincia in queste ore a Bari».

Condivide la posizione espressa dal ministro?
«Direi di sì, Padoan è venuto a parlarne alla Camera. È un argomento molto avvertito. Oggi (ieri, ndr) a Bari ne abbiamo discusso in Camera di commercio con i rappresentanti dei gruppi commerciali organizzati nell' Aires. Producono un fatturato di 8 miliardi all' anno e chiedono un intervento della politica sulle attività che si svolgono o si intermediano sul web. Si lavora qui e si pretende di pagare le tasse altrove: vale per le vendite, i pullman, i giochi on line, l' affitto dei b&b. Il solido dei servizi venduti si confronta con il virtuale dell' azienda. È la trasformazione del mondo al tempo del capitalismo digitale».


Resta, indifferibile, il tema delle diseguaglianze.
«Assolutamente sì. Si può organizzare un intervento persuadendo gli Stati ricchi a investire nei Paesi più poveri. E convincendo gli Stati a introdurre il principio della progressività nelle imposte. Sono sempre le imprese più ricche a tentare di massimizzare i profitti, a cominciare da quelle americane. Otto tra le dieci aziende più grandi al mondo sono americane e agiscono sul web: non è petrolio, non è energia, non è manifattura».

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