RASSEGNA STAMPA

Legge di stabilità: impianto corretto. Ora coraggio del Parlamento su tagli, economia digitale, rendite e recupero vecchi condoni

21.10.2013

da "La sottile linea rossa", il mio blog su l'Unità

Ripartiamo da una certezza: la legge di stabilità approvata dal Consiglio dei ministri martedì scorso non prevede alcun aumento di tasse ma i primi, veri, tagli alla spesa pubblica. E mi sembra un primo dato rilevante anche alla luce delle manovre degli ultimi anni. Un punto di partenza? Certo. Un testo migliorabile? Quale provvedimento non lo è. E lo miglioreremo in Parlamento, continuando sulla strada tracciata dal governo.

Nessuna finanziaria è stata mai accolta da facili entusiasmi, anzi, si sono sempre susseguite critiche, spesso anche durissime, a causa dell’aumento di tasse che queste prevedevano. Oggi ci troviamo di fronte ad una legge di stabilità di svolta, incentrata non su nuove tasse ma su tre pilastri fondanti: a) riduzione del cuneo fiscale che, tradotto, vuol dire un abbassamento del costo del lavoro per le imprese e un aumento del salario per i lavoratori; b) taglio alla spesa pubblica per 3.5 mld nel 2014; c) dismissioni del patrimonio pubblico per 3.2 mld.

L’impianto, di per sé corretto, potrà e dovrà essere migliorato in Parlamento, si è detto da più parti. L’ha detto per primo il Presidente del Consiglio in conferenza stampa, illustrando la legge di stabilità. E, altrettanto chiaramente, ha detto che per quanto riguarda la ”ripartizione” dei 5 mld di taglio delle tasse ai lavoratori la “discussione spetterà al Parlamento e alle parti sociali”. Ed è lì, infatti, che ci confronteremo, in Parlamento, con l’obiettivo di aumentare la riduzione del cuneo fiscale. Perché è da sempre stato un punto fisso del PD e di questo governo targato Letta. Ma par farlo devono aumentare, necessariamente, anche i tagli alla spesa improduttiva. Le due cose devono, per forza di cose, avanzare in parallelo. Non è più tempo di pretendere che non si tocchi la spesa e al contempo si riducano le imposte. Questo potremmo farlo solo contraendo nuovi debiti e noi non siamo disposti a fare questo danno alle future generazioni. Il passaggio è semplice: più si taglia la spesa, più si abbassano le imposte sul lavoro. Solo così il Parlamento potrà mettere le mani anche sull’incidenza del costo del lavoro sull’Irap e, su queste basi, il governo non potrebbe che essere d’accordo.

Capitolo economia digitale: serve una nuova intelaiatura fiscale per tutte quelle risorse che escono dal nostro Paese senza alcuna imposizione. Quando parlo di economia digitale mi riferisco a tutte quelle forme di produzione del valore che sono diventate immateriali e noi non siamo ancora stati in grado di creare alcun modello fiscale che riesca a sfruttarne a pieno le potenzialità. Il nodo della questione, però, non è soltanto l’imposizione fiscale che noi, così, perdiamo ma sono tutte quelle risorse che escono dal nostro Paese e che difficilmente riusciremo di nuovo ad intercettare. Perché, quindi, non provare ad intercettarle prima che fuggano via? Perché non creare un modello impositivo che consenta a quelle risorse di restare qui in Italia? Perché, stando così le cose, rischiamo solo di assistere inermi ad una vera e propria emorragia di risorse con cui i piccoli editori, pubblicitari, o produttori musicali italiani si stanno già scontrando, come del resto tutte le imprese la cui catena del valore è condizionata dal commercio elettronico.

Si dovrà, poi, affrontare il nodo delle risorse aggiuntive che arriveranno dall’accordo con la Svizzera sui capitali italiani, ormai in dirittura d’arrivo, e dalle rivalutazioni delle quote di Bankitalia. E ancora la questione del recupero delle risorse legate ai condoni passati e non pagati. Perché non recuperarle? È inaccettabile e, per certi aspetti anche vergognoso, che chi ha aderito in passato ad un condono, tipo quello del 2002, ha saldato soltanto alcune rate smettendo di pagare il resto senza alcuna conseguenza, se non il blocco della macchina statale. E i numeri parlano chiaro: dall’ultimo rapporto della Corte dei Conti risulta che, a fronte dei 5.2 mld di entrate previste da vecchi condoni, ne sono stati pagati solo 1.8 mld. La vergogna è rappresentata proprio da quei 3.4 mld mancanti che vanno immediatamente riscossi. E nel dibattito parlamentare inseriremo proposte che andranno a definire, in maniera chiara, il patto con lo Stato. Chi non paga immediatamente perde i diritti. Senza più alcun rinvio o slittamento dei tempi.

Per quanto mi riguarda, poi, rimane sempre in ballo il dossier sulle rendite finanziarie dal 20 al 23% (considerando che la media europea è del 25.5%) – al livello, tra l’altro, della prima aliquota sui redditi che potrebbe invece iniziare a scendere – con il vincolo che tutte le risorse che entrano vanno obbligatoriamente a riduzione dell’imposizione fiscale sul lavoro vorrebbe dire segnare un ulteriore punto a favore di una maggiore equità.

Ecco, adesso quello che serve è avere coraggio. È quello che serve in Parlamento alle forze politiche per assumersi la responsabilità di alcune scelte già tracciate nell’impianto di questa legge di stabilità e sulle quali dovremo proseguire.

CONDIVIDI QUESTO ARTICOLO



LEGGI ALTRI ARTICOLI