RASSEGNA STAMPA

Per il capitalismo digitale serve un sistema «socio-sostenibile»

14.01.2018

Articoli di Francesco Boccia e Michele Emiliano, pubblicato su Il Sole 24 Ore

Caro direttore, la lettura del piano industriale per l'Italia proposto al Sole 24 Ore da Calenda e Bentivogli stimola alcune riflessioni. Il Ministro e il Segretario Fim Cisl propongono rispetto a una diagnosi condivisibile sui fondamentali di macroeconomici (anche se sul rapporto deficit pil 2019 nutriamo qualche dubbio sul rispetto dello 0,9 come più volte ribadito dallo stesso segretario del Pd Renzi), una terapia che ci appare anacronistica e solo parzialmente in grado di rispondere alle sfide epocali che abbiamo di fronte.

Ci saremmo aspettati, al tempo del capitalismo digitale, in un mondo le cui regole e i cui confini sono messi a dura prova dall'impatto della blockchain e dall'intelligenza artificiale sui modelli di produzione di beni e servizi, un orizzonte diverso. Il digitale non è un comparto; è il framework del capitalismo moderno. Le ricette proposte sono riassumibili in alcune parole chiave: decentramento contrattuale, maggiori risorse e competenze digitali a partire dagli ITS, azioni prioritarie che vanno da impresa e lavoro 4.0 all'immancabile maggior concorrenza nei servizi pubblici, fino alla strategia energetica nazionale, banda larga e internazionalizzazione.

Vorremmo provare a capovolgere il paradigma proprio perché i nuovi modelli di produzione e la loro capacità di stravolgere la medesima catena del valore di interi comparti (informazione, musica, turismo, industria, fintech, ecom e logistica, sanità) ci proietta in un mondo che richiede punti fermi nel rapporto industria-comunità.

Conveniamo sul tema centrale che oltre il profitto c'è la comunità? Condividiamo la necessità di rispondere alla domanda "cosa vale" il lavoro anziché "quanto vale il lavoro?" E soprattutto se siamo tutti d'accordo nel ritenere comunemente "progresso civile" gli stessi risultati del processo produttivo, possiamo mettere al centro del nostro confronto anche l'enciclica Laudato Si di Papa Francesco che definisce il degrado ecologico "specchio della rottura dei legami di integrazione e di comunione sociale?"

Se ripartiamo da questi valori condivisi, allora la terapia cambia. Le misure per una politica industriale che guardi all'Italia del 2030 non possono essere quelle del decennio scorso con un tocco di modernità in più. Serve il coraggio di osare, così come è necessario fare in ogni grande rivoluzione capitalistica. Quella attuale è dirompente quanto quella avvenuta con i telai e con l'energia elettrica, certamente più dirompente della rivoluzione avvenuta con i primi computer negli anni sessanta.

Le dieci professioni più richieste secondo Calenda-Bentivogli non esistevano fino a dieci anni fa. Vero, anche 5 delle prime sei aziende al mondo per capitalizzazione (a parte Berkeshire Hathaway di Warren Buffet) non esistevano prima dell'avvento di internet e del digitale. È cambiato il lavoro perché è cambiata la catena del valore di beni e servizi. Pensare di formare competenze digitali che cambiano alla velocità della luce con il modello del recente passato dei fondi che formano i formatori dei formatori e parzialmente gli ITS non ha più un gran senso. Si rischia di formare sempre in ritardo persone che andavano formate dieci anni prima.

Tutta la scuola italiana, tutte le università, tutti i centri di ricerca di eccellenza hanno bisogno di certezze quotidiane e automatismi. E non devono più essere intermediati dalla burocrazia. Oggi il dramma dell'occupazione nel rapporto con la scuola è uno e solo uno. Il tasso di occupazione è direttamente proporzionale al tasso di istruzione. I laureati (ancora pochi e non superiori ai 300mila l'anno) hanno un tasso di occupazione del 78,7%, chi invece resta con la licenza media ha un tasso di occupazione del 43% fino al dramma delle donne con licenza media occupate al 29% con una concentrazione nel mezzogiorno. A queste sperequazioni si risponde con interventi sui pilastri fondamentali dell'Istruzione: finanziamento delle competenze digitali e non solo dalle elementari e per tutti, Erasmus nei licei per tutti coloro che non possono permetterselo e hanno il profitto adeguato e scuola dell'obbligo fino alla maturità. Solo così in un decennio si qualificano e aumentano i 450mila diplomati l'anno che spingeranno a loro volta in su la qualità dei laureati. Si chiama senso della comunità. Una battaglia culturale che è nei cromosomi dei riformisti.

Ed è lo stesso senso che deve guidare le politiche sulla concorrenza. Continuare a parlare di servizi pubblici pensando di riproporre il modello dell'Alta Velocità che oggi tutti vogliono privatizzare, ma non completata al Sud pur essendo stata pagata con la fiscalità generale e con risorse pubbliche destinate agli investimenti è sbagliato. Va prima collegato il mezzogiorno al resto d'Europa e solo dopo sarà possibile privatizzare quei servizi, nella linea tracciata in questi anni dai Governi Pd. E questo vale anche per le reti. Per la fibraultraveloce e per gli investimenti correlati coperti con risorse pubbliche. Se vogliamo garantire una politica industriale moderna le reti devono rappresentare quello che rappresentò l'autostrada del sole nel dopoguerra, unendo nord e sud. Perché solo ripartendo dagli snodi del mezzogiorno si riconnette una volta per tutte il Paese al medioroente, al Magreb alle economie emergenti in Africa, oltre a rafforzare il sistema Paese nel rapporto con l'occidente.

Beni e servizi la cui funzione non è più essenziale possono essere messi in concorrenza, ma se sono essenziali per lo sviluppo economico e sociale come i trasporti, le poste al tempo dei pacchi del commercio elettronico, le attività industriali di interesse nazionale, allora serve capire se abbiamo la stessa visione del mondo. Calenda in particolar modo continua a difendere una direttiva, la Bolkestein, che è figlia di un mondo completamente cambiato; non esisteva nemmeno il commercio eletttonico. Nata nel 2004 e approvata nel 2006 parla al mondo antecedente proprio alle dieci nuove professioni a cui fanno riferimento Calenda e Bentivogli. Abbiamo inserito in Parlamento all'unanimità il Bes (Indicatore di benessere equo sostenibile) nel Bilancio attraverso il Def, per misurare la povertà, il consumo del suolo, il livello di co2 nell'aria e le diseguaglianze; l'abbiamo fatto pensando a uno Stato con in mente l'Industria che costruisce "legami di integrazione e comunione sociale" l'opposto di quello che accade dove non si rispetta l'ambiente, la salute e il valore sociale del lavoro. Per noi l'industria al tempo del capitalismo digitale dovrà essere quella sognata da Olivetti: l'industria socio sostenibile.

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